Giovanni Faccenda
Luigi Doni
TUSCIA ELECTA
L’uomo, la natura e il loro archetipo
Giovanni Faccenda
L’uomo, la natura e il loro archetipo
«Ecco il mio segreto. È molto semplice:
non si vede bene che col cuore.
L'essenziale è invisibile agli occhi.»
Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe
Nel sempre più rarefatto scenario della pittura contemporanea, l’appartata figura di Luigi Doni continua a brillare per l’inusitata coerenza dell’impegno: nessuna delle urgenze che abitano in profondità un temperamento autentico – quale, appunto, quello di questo rilevante autore – è infatti mai venuta meno nei vari decenni in cui si è svolta la sua operosa attività, tanto da rendere assai consistente lo spessore, diresti persino morale, di un artefice strenuamente ancorato alle vertiginose altezze di un mestiere che non consente distrazioni.
Doni, eppure, rimane un’eccellenza non ancora del tutto compresa in quelle che sono le sue maggiori peculiarità: possiede – ad esempio – una tale abilità nel dipingere che è difficile trovare fenomeni di analoga bravura nell’attualità come, a ritroso, negli ultimi quarant’anni.
È stato e perdura ad essere un punto di riferimento per i più giovani e alcuni suoi coetanei, sebbene incolte convinzioni non tengano conto di questo limpido primato, confondendo prospettive e valori di una ricerca che si è mantenuta tonica in qualunque direzione e, persino, in qualche svolta legittima.
La figura umana, gli ambienti, l’oscura inquietudine, ebbra di mutevoli trepidazioni, che Doni ha indovinato nell’una come negli altri, sono stati, fino a poco tempo fa, gli ambiti prediletti in cui si è concentrata la sua raffinatissima espressione: una straordinaria intensità lirica è quanto egli ha saputo raggiungere in brani di pittura da ritenersi esemplari.
Più recentemente, il tema della natura ha guadagnato l’attenzione di questo ispirato interprete come una sorta di viaggio memoriale. Negli occhi e nell’anima di Doni sono così tornati a scorrere, come fotogrammi di un film d’epoca, i verdi scorci, che lo accolsero prima bambino e poi adolescente, sulle colline pisane. Li ha riscoperti nelle similitudini delle campagne, tra Firenze, Siena e Arezzo, che rappresentano, ora, il suo quotidiano; ad un tratto sono riemersi risvegliando in lui suggestioni remote – fragranze di pino, muschio e ginepro, terra bagnata e resina di corteccia – disseminate in ordine sparso fra gli oblii più romantici della mente.
Un nuovo ciclo pittorico ha avuto origine colmo di struggente partecipazione emotiva. Ampie distese agresti e misteriosi interni di bosco sono improvvisamente risorti in una dimensione ancestrale, archetipica, ovunque innervata da fremiti di ogni tipo – abbandoni ottici, turbamenti tattili, esaltazioni olfattive –, tant’è che l’uomo, pure ridotto a fantasma, aleggia continuamente evocato in un singolare caleidoscopio percettivo, ove è dato di immaginare il gorgoglio delle acque di un ruscello, il vento che accarezza le fronde degli alberi, il rumore ovattato dei passi sugli arbusti secchi, fra umidori e aromi asprigni, essenze delicate, che istantaneamente ci riconducono alla verità che è in noi stessi sbiadita come un riverbero nostalgico.
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La pittura di Doni raccoglie queste e altre impressioni, perpetuandole insieme a talune minuzie naturali che scopri amalgamate nell’originale ordito materico: vi convergono fascinosi bagliori divisionisti, densità variegate, una luce spirituale che pervade l’ermetica leggiadria di queste oasi silvestri.
Non è ciò che si vede, bensì ciò che si avverte intimamente, a procurare vivide emozioni. Un errore, peraltro, al cospetto di simili tele, sarebbe quello di equivocarne il senso, ultimo ed emblematico, che Doni ha inteso offrire in questo significativo frangente. Non un idilliaco contesto naturalistico, dunque, ma uno spazio – anche uno specchio – nel quale riscoprirsi e al contempo riscoprire ricchezze addormentate nella nostra ormai inaridita esistenza.










